Un modo per conoscere il presente

Ricordo che, nel mio percorso di studi alle scuole dell’obbligo e al liceo - ormai distanti quasi 40 anni - la storia non mi appassionava particolarmente: date, eventi, nomi da ricordare, che non riuscivano a trovare una collocazione e a risvegliare un'interesse.

Poi, all’Università (architettura, mai finita) la mia percezione è cambiata: l’oggetto dei miei studi era concreto e tangibile: edifici, palazzi, città, luoghi fisici nei quali ti muovi, abiti, intessi relazioni. Quei palazzi, edifici, quartieri, erano lì, facevano parte della mia esistenza, determinavano la mia estetica, il mio rapporto con lo spazio, con l’ambiente e con le relazioni. Studiarli non era più una semplice ricerca e memorizzazione di date, nomi ed eventi; era il cercare di comprendere il mio personale rapporto con i luoghi: perché un determinato edificio mi piaceva o non mi piaceva, perché mi comunicava quella determinata sensazione - positiva o negativa che fosse.

Lo studio sfuggiva dai manuali, e si apriva il libro non scritto della mia curiosità: ogni domanda era una linea potenziale di ricerca, e le risposte potevano giungere da qualunque parte, saggi, romanzi, analogie con altri luoghi e altre società… Ecco, questo per me è scavare la storia: aggredisci quella superficie liscia e neutra delle date, nomi, linee del tempo e ti disegni il tuo percorso, funzionale a quello che stai cercando, costruito sulle tue curiosità, su domande che ti formuli e a cui cerchi risposta.

Quel passaggio è stato per me fondamentale. Scavare la storia è diventato un modo per conoscere il presente, per confrontarmi con ciò che avevo intorno; ed è stato anche lo strumento che mi ha messo di fronte al grande tema della complessità. Perché i fenomeni storici non sono quasi mai univoci e hanno, al loro interno molteplici sfaccettature, sfumature, chiari e scuri, e in essi concorrono cause spesso confliggenti, con ramificazioni e collegamenti che sovente giungono da molto lontano.

In seguito la vita (il caso? La passione?) mi ha portato in teatro. E qui, in quella che è diventata la mia casa e il mio lavoro, ritrovo quotidianamente questo processo di ricerca creativa, di indagine che è al tempo stesso scoperta e invenzione, gioco di scavo e di fantasia.

Con Centrale dell’Arte abbiamo scelto fin dai suoi esordi di dedicare una consistente parte delle nostre energie creative al pubblico giovane e al rapporto con il mondo della scuola. Lo facciamo perché crediamo nell’importanza del creare e rinnovare costantemente il rapporto con il pubblico - in particolare con le nuove generazioni - e perché brechtianamente crediamo nel valore educativo del teatro. E, forse, anche perché è un pubblico che ci piace di più. Più schietto, meno conformato e conformista, più diretto. I bambini, i ragazzi, gli studenti non perdonano. Se li annoi non te lo mandano a dire; se li emozioni te lo fanno sentire.

Quando crei uno spettacolo per ragazzi su un tema storico sei “costretto” ad attivare quel gioco di ricerca e fantasia che per me è lo “scavare la storia”. Perché il teatro non è un saggio e lo spettacolo non è una lezione. Devi capire, trovare una sintonia profonda con ciò di cui stai parlando e concederti un margine di immaginazione, invenzione creativa, gioco e divertimento che poi sono l’anima dello spettacolo.

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