Studio su "Il Soldato" di Franco Fortini

“Il soldato” di Franco Fortini parla di guerra. Di guerra civile. Noi e loro. Noi contro di loro. Ma chi è il “noi”, chi è il “loro”? Nel breve testo di Fortini il contesto è chiaro: la guerra è quella di “Liberazione”, scoppiata in Italia dopo l’Armistizio dell’8 settembre del ’43. il “noi” sono i partigiani, il “loro” i volontari - spesso coatti - dell’esercito repubblichino. I riferimenti che chiariscono il contesto sono molteplici (i paesi dell’Appennino toscano, la Guerra di Spagna, l’alleanza con gli anglo-americani…). Ma Fortini, volutamente, non nomina mai direttamente i due schieramenti. Non “i repubblichini” e “i partigiani”; non “i fascisti“ e ”gli antifascisti”. Ma, appunto, LORO e - sottinteso - NOI. Un “loro” e “noi” che Fortini, provocatoriamente fa scivolare in bocca ad entrambe le parti in causa, il partigiano Guido con la sua famiglia (la madre e la sorella Clara) e il soldato repubblichino catturato dai partigiani e a loro sfuggito che a quella famiglia chiede cibo e riparo.

Un’azione di revisionismo storico? La storia e la vicenda artistica e culturale di Fortini lo escludono: di origine ebraica, partigiano e poi esule in Svizzera, nel dopoguerra una delle voci critiche della Sinistra italiana, sempre attento e direttamente coinvolto nei movimenti che ne attraversano la multiforme vicenda, legato professionalmente e umanamente a Pasolini.

Ed è proprio con quest’ultimo che, leggendo “il soldato”, si coglie un’analogia: ripensando alla famosa lettera aperta indirizzata da Pasolini agli studenti di Valle Giulia:
(…) A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, (…)
In questa chiave il testo assume un significato nuovo: guardare all’essere umano, all’individuo, alla sua vicenda “minima”, non per giustificare o per creare un “tutti colpevoli, nessun colpevole”, quanto piuttosto per ritrovare quella dimensione umana che lo scontro, la battaglia, la guerra tendono ad omologare e annullare. Una lotta fra umano e disumano che si ritrova in ogni conflitto, in ogni epoca.

È su questo livello che si muove il nostro progetto di messinscena: partire dal contesto storico in cui Fortini colloca il suo breve atto unico, per per farlo rimbalzare in un gioco di specchi e analogie su situazioni apparentemente lontane e diverse: le crisi e gli “scontri di civiltà” che contrappongono oggi l’Occidente e il Medioriente, l’Occidente e l’Africa, l’Occidente e l’I.S. Scrive lo storico Franco Cardini in un suo recente libro: “Diciamo la verità: è duro sentirsi convinti di appartenere a una civiltà civicamente e culturalmente superiore a qualunque altra in quanto detentrice di valori universali ed avere al tempo stesso l’amara consapevolezza di non trovarsi affatto all’altezza di dimostrarlo.” Eccoli quindi di nuovo, il “noi” e il “loro”. Un noi e loro assolutamente contemporanei, su cui non siamo in grado di creare una distanza storica, perché è il presente che stiamo vivendo; è la strage del Charlie Hebdo e i droni di Obama, Al Qaeda e la lotta fra Sunniti e Sciiti, Mare Nostrum, gli accordi con la Libia di Gheddafi, le primavere arabe, il conflitto Israelo-Palestinese, lo sfruttamento del petrolio e delle risorse idriche e geologiche, la lotta del popolo curdo contro l’Islamic State… Un caos che non può essere banalizzato in un “noi” contro di “loro”, in una lotta della civiltà contro la barbarie oscurantista. E che invece necessita del coraggio di tuffarvisi dentro, di sentire le ragioni umane di “loro”, di provare a diventare noi “loro”, cogliere le sfumature, le differenziazioni interne. Provare, insomma, a giocare quel “gioco” che il testo di Fortini ci propone.

È una forzatura? Forse. O forse la risposta ad un velato invito dell’autore: in un periodo storico nel quale il teatro proponeva spettacoli di durate significative, in cui si accendeva la “gara” fra i grandi registi del novecento (Ronconi, Castri, Strehler, Peter Brook), a creare spettacoli mastodontici (le 8 ore di Ignorabimus, la nottata intera del Mahabarata, le due giornate del Faust), Fortini scrive un atto unico che non può superare i 35/40 minuti, imperniato su una sola ed elementare vicenda, e scritto in un linguaggio di un naturalismo quasi disarmante. Quasi a dire: questo è il fatto; di per sé è poco, se non muove rimandi, interpretazioni, analogie…

Abbiamo deciso di provare a percorrere questa strada, partendo dall'inserire nel testo un paradosso: e se il soldato fosse una donna?

Nell’Italia della Guerra civile di Liberazione, è un’ipotesi quasi impossibile: non era previsto l’inquadramento delle donne nell’esercito e anche da parte partigiana le donne assumevano ruoli spesso fondamentali ma mai di combattimento attivo. Allora è un’attrice che recita una parte maschile? E perché lo fa? per parlarci del presente raccontandoci il passato? Oppure è una donna soldato e allora siamo in un’altra epoca, in un’altra guerra?

Dove porta questo gioco? Che spettacolo ne uscirà? Non lo sappiamo; non esiste ricerca se il risultato è noto.

 

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