L'illusione dell'obiettività ne "Il soldato" di Franco Fortini

L’intervista che segue è stata fatta nell’ambito del progetto produttivo sul testo IL SOLDATO di Franco Fortini, realizzato in collaborazione fra La Nottola di Minerva e Centrale dell’Arte. Ringraziamo Stefania Costa, direttrice del Teatro Puccini di Firenze e della Nottola di Minerva, per il prezioso contatto con il Professor Cardini e per i suggerimenti che hanno reso possibile l’intervista.

Intervista a Franco Cardini
a cura di Teo Paoli

Franco Fortini scrive IL SOLDATO nel ‘43 mentre è esule in Svizzera. Il testo ruota attorno a due personaggi: il Soldato, un repubblichino, e Guido, un partigiano appartenente a una brigata toscana. Ma in tutto il testo partigiani e repubblichini sono nominati solo come Noi e Loro; termini che passano indifferentemente dalla bocca dell’uno e dell’altro personaggio, come se il poeta volesse dirci che il confine fra i due è più sfumato e complesso; in questo senso sento un’analogia con la posizione che 25 anni dopo Pasolini prenderà sui fatti di Valle Giulia.

Purtroppo non è una linea che si sia affermata, anche nel pensiero dello stesso Fortini. Credo che abbia prevalso la logica dell’appartenenza.

Fortini ha presenti due linee di pensiero che non necessariamente convergono, forse sono complementari: da un lato c’è quella che viene considerata la guerra tradizionale, legittima (che poi lo sia obiettivamente è un altro discorso), la guerra fra Stati, fra forze istituzionali che si riconoscono fra loro anche quando combattono; e dall’altro la legittimità - o la illegittimità secondo punti di vista - della guerriglia, la guerra condotta da chi non avendo i mezzi istituzionali - perché non è riconosciuto - e spesso neanche i mezzi socio-economico-militari per poter condurre una guerra di tipo tradizionale, conduce una guerra di altro genere. È un dramma di sempre, che fino dall’antichità greca si traduce nel conflitto tra il soldato che sta nei ranghi, il soldato formica, e il soldato leone, quello che combatte da solo, che sceglie la notte, sceglie di colpire in momenti più opportuni perché non può fare altrimenti. Sono due tipi diversi anche di eroismo: il primo pensa soprattutto alla sicurezza del proprio gruppo - la logica dell'oplita o del legionario -; l’altro segue invece la logica del soldato politico che a volte si trova isolato e deve combattere in una condizione di inferiorità e di disagio, e che non segue la “legalità” del momento.

Indipendentemente dal fatto che la Repubblica Sociale potesse non essere legale a livello internazionale perché riconosciuta soltanto dalle forze dell’Asse, dal punto di vista soggettivo di chi ci combatteva era legale nella misura in cui rappresentava uno Stato che era la continuità rispetto all’Italia precedente. Dall’altra parte c’era chi invece non combatteva in nome di una legalità costituita quanto in nome di una legittimità morale.

Un parallelo odierno sono gli stessi terroristi, che sono anche loro dei soldati politici. Il termine terrorismo lo mettiamo noi perché ci sentiamo dall’altra parte - il terrorista che vince è un eroe, il terrorista che perde è un criminale.

Anche questa è una logica antica che ci dovrebbe portare lontani dall’illusione di poter parlare di queste cose in termini obiettivi - l’obiettività non si raggiunge mai -, ma soprattutto ci dovrebbe portare a capire come in realtà sia possibile un incontro fra gli stessi avversari nella misura in cui imparano a capire la dimensione dell’altro e invece di demonizzarla cercano di comprenderla, di immedesimarcisi.

È appunto il discorso di Pasolini, colpito dal fatto che a Valle Giulia estremismi considerati ordinariamente, tradizionalmente opposti e che si sentivano anche soggettivamente l’uno opposto all’altro, dimostravano in realtà delle notevoli somiglianze. Per lungo tempo abbiamo fatto di tutto per pensare che quelle fra socialismo e fascismo fossero somiglianze solamente esteriori, estetiche; ci siamo dovuti arrendere all’evidenza che si tratta in entrambi i casi di una reazione rispetto al fallimento di una società borghese, liberale basata sul primato dell’economia, del mercato, ecc. quel tipo di modello che ha prevalso dopo la seconda guerra mondiale e continua ad essere ancora l’elemento prevalente nella cultura occidentale.

Nel testo di Fortini, così come a Valle Giulia, ma anche in quasi tutti gli esempi di guerriglia, si tratta di vedere come in due forze che si oppongono ci siano due opposti modi di intendere anche l’esercizio della forza, l’esercizio della guerra, l’esercizio del rapporto fra diritto e legittimità; da un lato chi trae la sua forza dalla consapevolezza di essere dalla parte dello jus e dall’altra invece chi trae la sua forza dalla coscienza intima che, spesso, è anche una coscienza solitaria priva di verifiche: la coscienza di non essere dalla parte dello jus formale ma dell’equitas sostanziale.

Nel suo libro: “L’ipocrisia dell’Occidente”, lei scrive: “… è duro sentirsi convinti di appartenere a una cultura superiore a qualunque altra, in quanto detentrice di valori universali, e avere al tempo stesso l’amara consapevolezza di non trovarsi affatto all’altezza di dimostrarlo”. Spostando il tema fortiniano del Noi e del Loro al presente, questo non essere all’altezza è inadeguatezza dei contemporanei a rispondere ai valori che l’Occidente si è dato oppure c’è un problema strutturale nei valori stessi?

È un problema di profonda ipocrisia. Del resto questo l’ho scritto e mantengo il sostantivo; so bene che è un sostantivo pesante, anzi lo mantengo proprio per questo. Ed è anche la capacità di mentire che è propria di una particolare forma di totalitarismo, di assolutismo, che è il totalitarismo liberista, il totalitarismo di quelli che ritengono di essere dalla parte del giusto - e fin qui in buona compagnia perchè tutte le religioni, tutti i sistemi assolutistici o totalitari si sono sentiti sempre dalla parte del giusto -, ma con in più una sfumatura, diciamo così, volteriana, rousseauiana: la sfumatura di coloro che ritengono che dalla loro parte ci sia la ragione e il culto della libertà. Quindi attraverso questi principi che formalmente li dovrebbero portare a manifestare un massimo di tolleranza, diventano invece assolutamente refrattari a riconoscere legittimità a qualunque visione opposta, che viene immediatamente demonizzata (ovviamente il termine demonizzare e tutti i suoi derivati, vista la natura profondamente laica di questo modo di pensare, non vengono usati; allora si parlerà di irrazionalità – Lukács, la lotta contro la ragione -, si parlerà di disumanità, di mostruosità).

Ne nasce una duplice contraddizione: da un lato il fatto che un sistema civile e anche filosofico - concettuale se non proprio filosofico - che dice di fondarsi sulla tolleranza, poi si scontra con se stesso nella misura in cui ritiene che ci siano al mondo alcuni sistemi politici, religiosi, morali, non solo intolleranti, ma intollerabili. E dall’altro – prendiamo ad esempio il “male assoluto” del sistema di sterminio di massa nazista – la constatazione che che questo male assoluto - e siamo ad Hannah Arendt, siamo all’umano troppo umano, la banalità del male – nasce da una profonda e nello stesso tempo anche banale e semplicistica adesione alla morale del proprio dovere, alla morale del senso dello stato, alla morale della fedeltà della propria tradizione nazionale o familiare, cioè, tutte le cose che portano uomini personalmente anche integerrimi - uomini come il colonnello Eichman - a diventare addirittura dei mostri.

E dall’altra parte una persona che compie il male assoluto nel nome di una morale addirittura eccessivamente perbenistica, è considerabile per questo totalmente aberrante? Ma se noi non tolleriamo la violenza per esempio quando si esprime attraverso i sistemi totalitari e rifiutiamo l’universo del Gulag, l’universo del campo di sterminio, del Lager, cosa possiamo fare quando vediamo che esistono fenomeni analoghi che si presentano in un contesto dal quale per definizione dovrebbero essere banditi, per esempio il contesto liberal-liberistico? In altri termini, per essere più precisi - anzi un po’ più diretti e pesanti - se Mathausen o Kolima sono imperdonabili, che cos’è Guantanamo?

Perché Mathausen e Kolima sono connaturati a sistemi che ritengono che davanti a un supremo ideale (può essere lo Stato, la razza, la società senza classi ecc) divenga ammissibile il sacrificio di valori morali, individuali eccetera; ma nelle società liberali non è così, non si possono scavalcare i diritti dell’individuo neanche nel nome di valori che potrebbero essere considerati di per se stessi, dal punto di vista dei fini anche condivisibili. In altri termini, se si può capire - senza evidentemente condividere - che all’interno di una logica nazista o comunista, si ammetta o addirittura si auspichi la distruzione di migliaia di individui, di masse intere, una cosa del genere non può essere ammessa all’interno del sistema liberal-liberistico. E allora all’interno di questo sistema, alla gravità della logica dello sterminio, della repressione, si aggiunge anche una cosa che nei totalitarismi non c’è, cioè la contraddizione rispetto ai propri stessi principi.

E non raccontiamoci che nel primo caso i principi sono cattivi e nel secondo sono buoni; se io calpesto i diritti di qualcuno non posso dire che sono giustificato dalle intenzioni per cui li calpesto. E’ contrario a qualunque norma giuridica, il fine non giustifica affatto i mezzi.

Fortini è di origine ebraica e nel personaggio del Soldato incarna il concetto ebraico di “Giusto”, colui cioè, che chiamato ad una scelta in un determinato momento della sua vita, indipendentemente dal resto della sua esistenza, fa la scelta giusta. Al contrario la cultura cristiana identifica il bene con la figura del Santo, che deve essere senza macchia e senza peccato. Mi sembra che in questa visione un po’ manichea di un “bene” e “male” assoluti ci sia un vulnus del modo occidentale di rapportarsi alle altre società e culture: nel dopoguerra abbiamo “demonizzato” il mostro sovietico, oggi i nuovi “demoni” si chiamano ISIS, Califfato, Al Qaeda, e con essi l’intero mondo islamico.

Questo dipende dalle contraddizioni interne della società moderna, che nasce come una società di libertà e di tolleranza non si accorge o finge di non accorgersi che tutta la sua libertà, la sua tolleranza, consiste nel fare, come diceva Carl Schmitt, quello che fa la massaia quando spazza e nasconde lo sporco sotto il tappeto. Abbiamo costruito una realtà di libertà e tolleranza combattendo tutti i sistemi che contestavano la libertà e la tolleranza, ma al tempo stesso saccheggiavamo letteralmente tutto il resto del mondo e lo sottoponevamo al nostro volere, al nostro bisogno di materie prime, al nostro bisogno di forza lavoro. Nel farlo ci siamo raccontati la fiaba che agivamo nel nome dell’umanità, per portare a quei popoli che, per lungo tempo si sono chiamati inferiori, uno sviluppo che eravamo noi a disegnare; era gente che sarebbe stata destinata a diventare colta, civile e quindi libera come noi. Quando? Quando sarebbero arrivati alla maturità; nel frattempo si continuava a sfruttarli, a togliergli le materie prime, a usare la loro forza lavoro.

È questa una “menzogna” della modernità che i totalitarismi hanno fatto emergere tragicamente; perché i totalitarismi hanno introiettato nell’Occidente sistemi di governo dai quali gli occidentali rifuggivano, ma che usavano nei confronti dei popoli ritenuti “in via di sviluppo”.

Alla base di questo atteggiamento c’è anche la contraddizione fra la costruzione di un sistema soggettivo di leggi che si fondano per loro natura su convenzioni sociali e un residuo irrisolto rispetto al rapporto con l’Assoluto: le categorie cristiane del Bene e del Male metafisici e del Giusto e Ingiusto qualche volta possono anche coincidere ma di solito non collimano. E questo ha creato il disagio, la contraddizione fondamentale del mondo occidentale, che oscilla appunto fra quello che è giusto e ingiusto secondo convenzioni umane e giuridiche e quello che è santo o al contrario diabolico. Sanctus in latino vuol dire sancito da Dio; termine che equivale all’ebraico kadosh che non è il sacro - il sacro è totalmente diverso dall’uomo, il sacro è come la corrente elettrica, qualcosa al quale l’uomo non si può neanche avvicinare perché resta fulminato. Il santo no, il santo è colui che è vicino a Dio, colui che è amico di Dio. E allora l’esser santi significa stare dalla parte di Dio; e al suo opposto, ciò che si allontana da Dio, diabolè - quello che divide -. Quindi l’opposizione fra santo e demoniaco è un opposizione metafisica.

L’opposizione fra giusto e ingiusto è, invece, un’opposizione di tipo immanente, di tipo convenzionale, quello che è giusto in una società può essere dichiarato ingiusto in un’altra o al mutare delle regole. Quando condanniamo l’ingiustizia non possiamo condannare secoli e secoli di storia in cui l’ingiustizia apparteneva alla legge: non possiamo dichiarare che il sistema romano o il sistema feudale medievale fossero ingiusti; possiamo dire che usavano categorie che appaiono ingiuste ai nostri occhi, dopo un’elaborazione storica di secoli; categorie che non si possono applicare in senso retroattivo: non si può dire che Carlo Magno fosse un criminale perché si rifiutava di riconoscere l’uguaglianza di tutti gli uomini, mentre si può dire che è un criminale oggi colui che cerca di instaurare un sistema in cui l’uguaglianza è negata.

Però tutto questo è vero alla luce di un criterio sommamente soggettivo e mutabile, il famoso relativismo con cui adesso ce l’hanno tanto i cattolici (anche perché sbagliano fra il concetto di relativismo e quello di relatività): se una cosa è ingiusta vuol dire che non sta nei termini dello jus. Lo jus è qualcosa che viene elaborato nel tempo e che può anche cambiare, mentre viceversa quello che è santo o che non è santo, no.

E l’Occidente ha scelto la relatività, ha scelto la razionalità, ha scelto lo jus, però quando gli fa comodo ritira sempre fuori le vecchie categorie metafisiche che appartengono al cristianesimo.

Un’ultima domanda. Allo scoppio della prima Guerra del Golfo Fortini ha scritto sette canzonette che sembrano quasi delle cantilene infantili; nella seconda di queste dice: “potrei sotto il capo di corpi riversi, posare un mio fitto volume di versi? Non posso”. Le volevo chiedere: oggi gli intellettuali hanno ancora un ruolo attivo nel complesso sociale oppure siamo diventati delle cassandre che gridano al vento inascoltate?

No, gli intellettuali non sono nemmeno delle Cassandre; in linea di massima gli intellettuali sono semplicemente dei professionisti più o meno validi nelle idee, nelle arti eccetera; sono dei cercatori di datori di lavoro, di gente presso cui collocare le loro opere. Non vedo negli ultimi tempi una figura di intellettuale libero, capace di affermare in maniera forte il risultato delle sue ricerche o il suo modo di vedere; da molti decenni l’intellettuale vive un sistema di corruzione che forse è nato proprio dai sistemi totalitari.

In Italia si parla spesso della corruzione che il fascismo usò verso gli intellettuali, ma i corruttori corrompono chi accetta di farsi corrompere, non possono corrompere gli altri. Io non vedo negli intellettuali in generale - poi ci sono sempre infinite eccezioni - una funzione di testimonianza forte; tendo a vedere un conformismo che ieri nasceva anche dalla paura, oggi, nei sistemi cosiddetti democratici il tornaconto è diventata la prima cosa. C’è però anche qui una paura: la paura di venire emarginati, la paura di non avere visibilità, se dici questo, non ti fanno scrivere sui grandi giornali, se dici quest’altro non ti danno la cattedra, se dici quest’altro ancora poi non ti intervistano più.

Ecco, il modello è quello del dialogo in “Io e Annie” tra Woody Allen e Diane Keaton, quando lei dice: “io non so se avrei resistito a un interrogatorio della Gestapo” e lui le risponde: “per far confessare te basterebbe ti ritirassero la carta di credito”. Questo è l’intellettuale di sistemi democratici o sedicenti tali; per far paura a me - dico a me perché forse io sono, non dico uno dei più coraggiosi per carità, ma uno dei meno civicamente pavidi; insomma qualche volta una mia dignità l’ho presentata – basta un “Professore lei dica questo o non verrà più invitato a Porta a Porta”. Allora faccio… e questa è la “carta di credito”.

In realtà quello che Fortini sentiva è l’impegno. Lo sentiva anche Pasolini del resto e a modo loro entrambi hanno pagato di persona anche se in maniera diversa. Era un principio che io sento come evangelico – il “sì, sì, no, no” dei cristiani -; era l’imperativo categorico kantiano: certe cose non si possono fare perché non si possono fare, non è che non si possono fare perché se no ci viene una malattia, si perde uno stipendio, si muore prima. Non si possono fare perché è immorale farlo; è immorale perché non appartiene a quel mos a quel costume che è tipico degli esseri umani, laddove gli animali giustamente seguono i loro istinti - e infatti gli animali non sbagliano mai, possono sbagliare le misure di un salto ma non sbagliano sull’opportunità o meno di saltare addosso a una preda.

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