Fossoli e le memorie che fa comodo dimenticare

Ma c'è un'altra Memoria: potremmo chiamarla la Memoria dimenticata. O per meglio dire, quella che fa comodo dimenticare. Perché parla di noi.

Abbiamo creato VUOTI A PERDERE nel 2013. Una lunga ricerca di documenti e di testimonianze, un lavoro a fianco del Museo della Memoria di Carpi, la memoria familiare di Enrico Fink che attraverso quel campo ha perso molti suoi parenti; ne è nato il testo di Laura Forti messo in scena con la mia regia e interpretato da Lavinia Rosso, Silvia Baccianti e Alessandro Mazzoni, con l'intervento e le musiche live di Enrico Fink.

Uno spettacolo che tocca un aspetto particolare, inconsueto e spesso tralasciato del Giorno della Memoria. Perché la Memoria in questione è quella della Shoah, dell'Olocausto: treni, reticolati, gas, camini, mucchi di corpi e di scarpe… Arbeit macht frei.

Ma c'è un'altra Memoria: potremmo chiamarla la Memoria dimenticata. O per meglio dire, quella che fa comodo dimenticare. Perché parla di noi. Non di noi singole persone che viviamo nel 2016, ma di noi come Europei, e come cittadini di Paesi e Stati le cui storie si intrecciano indissolubilmente con quella Storia: il regime collaborazionista di Vichy, la Spagna di Franco, l'Ungheria delle Croci Frecciate, le intere Germania e Austria, e ovviamente l'italiana Repubblica di Salò.

L'Italia moderna trae da quelle vicende storiche la propria origine e ragion d'essere. Amiamo dire che la Repubblica, la Costituzione sono figlie della Resistenza, della guerra al Nazifascismo. Ma in quella guerra, fra partigiani e fiancheggiatori si sono impegnati il 5% degli italiani. Un altro 5% l'ha combattuta stando dall'altra parte, nelle milizie repubblichine.

E il restante 90%?

È questo uno degli interrogativi che si pone lo spettacolo VUOTI A PERDERE. E lo fa portando all'attenzione del pubblico (spesso del giovane pubblico delle scuole) una vicenda che, seppur narrata nelle pagine straordinarie di uno dei più famosi libri sulla Shoah - “Se questo è un uomo”, di Primo Levi - è ignorata dalla stragrande maggioranza degli italiani. Si tratta del Campo di Fossoli, vicino a Carpi, in provincia di Modena: un campo cosiddetto “di transito” nel quale venivano raccolti gli ebrei da tutta l'Italia occupata per essere avviati ai campi di sterminio nazisti. Era un campo creato, organizzato e gestito direttamente dagli italiani, sorvegliato da italiani, rifornito da ditte italiane. All'interno, le SS organizzavano i convogli per Auschwitz e Buchenwald: ogni volta che il numero degli ebrei raggiungeva i 600, partiva un treno.

Ecco, in quegli italiani (non solo quelli di guardia, ma anche quelli che con il campo facevano affari, alla luce del sole o al mercato nero) trovo una piccola parte di quel 90% che non ha direttamente imbracciato le armi da una parte o dall'altra.

Ed ecco anche la Memoria dimenticata. Pensandoci, non è difficile capire il perché. L'Armistizio e la Resistenza sono stati il lavacro della nostra coscienza collettiva: grazie al coraggio e al sacrificio di quel 5% che ha fatto la scelta della lotta partigiana abbiamo concluso la guerra dalla parte dei vincitori; il Ventennio, l'alleanza con Hitler, le leggi razziali non erano Italia, erano qualcosa di estraneo, di subito, di imposto da altri. L'Italia erano Pertini, Terracini, De Gasperi - e con qualche imbarazzo dei benpensanti, anche Togliatti -; l'Italia erano la vittoria della Repubblica nel Referendum e la nuova Costituzione.

Mio nonno era un Gerarca Fascista. Non di prima grandezza; un calibro medio. Abbastanza grande per evitarsi il richiamo alle armi e il fronte; abbastanza piccolo per evitarsi, nel dopoguerra processi e condanne.

Gli volevo bene. Ma il suo essere fascista mi ha “costretto” a interrogarmi sulle ragioni profonde, sui meccanismi sociali e culturali che hanno portato milioni di persone in Italia, Germania, Spagna, Francia, Ungheria… ad aderire alle più perverse derive totalitarie, ad avallare, quantomeno con il loro silenzio - a volte, come si suol dire, “assordante” - pratiche di umiliazione, discriminazione, persecuzione, sterminio. Certo, ognuno risponde delle proprie azioni, ma forse c'è anche una responsabilità culturale, sociale, collettiva: quante volte sentiamo dire “rabbino” come sinonimo di tirchio, o “zingaro” come equivalente di ladro, o, negli ultimi tempi, associamo alla parola “islamico” una cintura esplosiva? E quanto spesso l'attribuzione di omosessualità è usata in tono dispregiativo per offendere qualcuno. Sono “piccole” abitudini che allenano al discredito, che radicano quelle etichette, quegli stereotipi su cui poggia ogni processo di discriminazione. Ognuna è una goccia, piccola e apparentemente innocua; ma di gocce è fatto il mare.

Quando - spesso - mi capita di introdurre al pubblico scolastico lo spettacolo VUOTI A PERDERE, racconto una piccola storia, ambientata in un lontano paese nordico: la Danimarca. In questo piccolo paese di circa 4 milioni di abitanti (all'epoca della seconda guerra mondiale), vivevano circa 7.800 ebrei. Quando, dopo tre anni di occupazione militare, la Germania nazista chiese che anche i danesi si dedicassero con il necessario zelo alla “soluzione finale”, il Re di Danimarca Cristiano X apparve in pubblico indossando in bella vista la Stella di David. Al suo fragorosamente silente richiamo rispose l'intera popolazione che organizzò una fuga di massa degli ebrei verso la Svezia, paese neutrale. Inoltre, per tutto il restante periodo di guerra il governo danese si occupò attivamente della sorte del 5% di ebrei che erano comunque caduti in mano nazista. Il risultato fu che alla fine della guerra “solo” 60 ebrei danesi erano rimasti vittime della Shoah: lo 0,8%. In Italia, su 33.400 ebrei censiti, ne sono morti per le persecuzioni 6.220: il 18,6%.

Riflettere su questa memoria, guardare in faccia le responsabilità collettive, interrogarsi sui perché, chiedersi quali aspetti della nostra cultura, del nostro vivere sociale, del nostro rapporto con gli altri, con la collettività, con lo Stato hanno agito nel renderci complici della Shoah è forse una medicina amara; ma è un antidoto che credo necessario per evitare il ripetersi di atteggiamenti e comportamenti analoghi davanti alle tante “diversità” che compongono l'Italia di oggi. Rimasi spiacevolmente colpito, nel 1998, quando Gerhard Schöder, appena nominato cancelliere tedesco, disse che “la stragrande maggioranza dei tedeschi di oggi non ha alcuna colpa per l'Olocausto”. Mi apparve un pilatesco lavarsene le mani.

E invece, con il senno di poi, ho capito il senso profondo del suo discorso: scrolliamoci di dosso quel senso di colpa che ci fa abbassare gli occhi e quella vergogna che ci fa nascondere la memoria sotto il tappeto. E abbiamo il coraggio di guardare a viso aperto la responsabilità storica, culturale che ha spinto la Germania fra le braccia di Hitler e ha reso possibile la Shoah. È ciò che i tedeschi da allora hanno cominciato a fare. Il simbolo di questo cambiamento è il grande Memoriale inaugurato a Berlino, proprio da Schröder nel 2005.

VUOTI A PERDERE, nel suo piccolo, vuole essere un invito al pubblico italiano a fare altrettanto.

 

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