Il teatro nudo e anelante di Rezzamastrella

Un uomo seduto per terra che spara sentenze sui filosofi del passato, traccia segni sul pavimento con un gesso, crea spazi tridimensionali attraverso i quali si sposta e si trasforma. Un testo ironico, talvolta osceno e persino brutale, che descrive nei minimi particolari stati d'animo, situazioni irrisolte, conseguenze nefaste. Mai una riga di troppo. Le parole sono eleganti, i sinonimi percuotono l'aria per dare enfasi al pensiero. Gli aggettivi abbondano ma non sono sparati a casaccio, la ridondanza non esiste anche se la ripetizione è perenne. Una frase e un movimento insieme, eseguiti due, tre volte e poi pausa, silenzio e infine un sopracciglio alzato che trascina tutti di nuovo nel vortice.

Si ricomincia, un rito sacrificale in cui non c'è alcun simbolo che si salvi dal massacro iconico. Ce n'è per tutti. Freud, la famiglia, Dio. Cadono a pezzi, distrutti dai colpi di frusta con cui gli attori incalzano il pubblico suscitando stordimento e risata. Non c'è tempo per indignarsi, è tutto troppo frenetico. La narrazione aristotelica viene sopraffatta da sedie che ballano al ritmo di parole mordaci, pronunciate da un attore il cui corpo è strumento al servizio di una metrica bislacca.

Bello e brutto non sono categorie che appartengano a questo universo. Da questo lato del muro le leggi che vigono altrove sono carta igienica. Non importa chi tu creda di essere, ci sarà sempre qualcosa di cui vergognarsi, di cui liberarsi attraverso una risata nervosa. Ridere per non piangere, per guardare in faccia se stessi almeno per mezzo secondo, rimanendo a bocca aperta davanti all'insolenza dell'attore che dà un nome a ciò che è inconfessabile.

Quello che Rezzamastrella offre è anche uno spettacolo, ma va aldilà del consueto patto artista-pubblico. Non c'è una storia da raccontare perché è troppo complicato o troppo semplice. Non c'è niente da ricordare se non lo sbalordimento e la liberazione. Teatro senza fronzoli e senza pietà, capace di aprire mille vasi di Pandora fino all'ultimo, quando dopo il saluto finale l'attore si concede il lusso di prendere in giro ancora una volta il pubblico prima di lasciarlo uscire, libero di tornare alle solite leggi che controllano il solito universo.

 

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