1765 - 1790 Leopoldo al futuro

Che senso ha, oggi, parlare di un monarca di 250 anni fa? Che, fra l’altro, non era neanche un monarca, ma il figlio cadetto di una grande famiglia regnante. Famiglia che, fra l’altro, non regnava neanche in Italia ma in Austria. E lui, figlio cadetto, fra l’altro, non doveva neanche diventare Granduca di Toscana, ma di Modena.

E allora? Che senso ha?

Il senso – il senso che ci vedo io - provo a tracciarlo attraverso quattro date.

1762 – Salisburgo. Mozart, all’età di 5 anni, compone il suo primo Minuetto per clavicembalo;
1763 – Parigi. Si conclude la guerra dei 7 anni;
1764 – Glasgow. James Watt inventa la moderna macchina a vapore;
1765 – Innsbruck. Muore Francesco I di Lorena, Imperatore del Sacro Romano Impero; e Pietro Leopoldo, terzogenito maschio dell’imperatore diventa Granduca di Toscana.

Partiamo da Mozart: il suo genio musicale è indiscusso e universalmente noto. Ma meno noto è che Mozart fu il primo compositore di alto livello ad intraprendere la carriera come libero professionista. Dove? Ovviamente alla corte di Vienna, durante il regno di Giuseppe II, fratello primogenito del Granduca di Toscana. Con Mozart si inaugura un nuovo modello di artista e di intellettuale, svincolato dalle sudditanze feudali alla Chiesa e libero di offrire la propria “merce” al miglior offerente, sia esso principe, cardinale o… borghese.

E mentre l’enfant prodige austriaco muoveva i suoi primi passi, la corte borbonica di Luigi XV chiudeva con un trattato al ribasso la guerra dei 7 anni, che molti anni dopo Winston Churchill definirà la prima vera guerra mondiale. Potenze coinvolte: Inghilterra, Francia, Spagna, Prussia, Austria, Russia. Fronti di combattimento: l’intera Europa e poi Americhe, Asia meridionale, Africa occidentale. Motivo del conflitto: il controllo dei possedimenti coloniali – materie prime e nuovi mercati. È la prima grande guerra imposta dalle regole del nascente “libero mercato”. Nella Francia sconfitta inizia l’inesorabile declino del modello assolutista creato da Luigi XIV - il Re Sole – poco più di 100 anni prima. La corona francese perde il controllo di gran parte delle sue colonie. I costi della guerra uniti alla mancanza di sbocchi commerciali innescano in Francia una profonda crisi economica. Una discesa che si concluderà con il tonfo sordo della ghigliottina.

Ma l’”arma” che sancirà la vittoria del libero mercato e del paese – l’Inghilterra – che gli dà i natali è la “scoperta dell’acqua calda”. James Watt perfeziona un’invenzione del 1707, di Denis Papin (detentore del brevetto della pentola a pressione, depositato nel 1679 con la dicitura "il qui presente 'digestore' rende digeribile molte quantità di cibi, tra cui le carni più dure"), che veniva utilizzata come pompa per estrarre l’acqua dai cunicoli delle miniere di carbone. Watt riesce a ridurre l’ingombro della macchina e soprattutto a trasformare, attraverso l’invenzione della biella, il movimento alternativo (su e giù) dei pistoni in movimento rotatorio. È l’inizio della rivoluzione industriale.

In pochi decenni il potere politico passa dalle mani dell’aristocrazia feudale alla borghesia imprenditoriale e industriale. E in ultimo, la morte di Francesco I, imperatore del Sacro Romano Impero. È un tipo stravagante questo imperatore. Lascia sostanzialmente il governo nelle mani della moglie, Maria Teresa d’Austria, e si dedica prevalentemente agli affari, alla gestione del patrimonio di famiglia e alla cultura, attratto dalle idee illuministe e dai grandi progressi delle scienze. È in questa atmosfera culturale che educa i propri figli, destinati, per casato, a incarichi e posizioni di alto prestigio. Come il suo primo erede maschio, Giuseppe II (terzo figlio in ordine cronologico), che ne erediterà il titolo di Imperatore. E come il nono figlio (e terzo maschio) che, a causa della prematura morte del secondogenito, erediterà il titolo di Granduca di Toscana.


Una rivoluzione industriale ai primi passi, una cultura illuminista e “borghese” che sta prendendo sempre più piede, un ancien regime i cui segni di declino appaiono sempre più evidenti e inesorabili; è questo il quadro che si presenta agli occhi di Pietro Leopoldo quando, il 18 agosto del 1765 assume il titolo di Granduca di Toscana. Il “neo” Granduca ha davanti due scelte: cercare di arginare il cambiamento con una politica repressiva o comunque di ferrea conservazione, o aprirsi al nuovo, cercare di assecondare e governare i mutamenti in atto. Sceglie la seconda via, per nostra fortuna. Non era una scelta scontata…

Ecco, secondo me, qui sta il senso di parlare oggi di Leopoldo e della sua avventura politica nella nostra regione: raccontare un governo che ha saputo interpretare, a volte anche in anticipo sui suoi tempi, quel vento di cambiamento che iniziava a turbinare negli anni sessanta del settecento. Perché, come scriveva il poeta Franco Fortini – un altro con cui ci stiamo confrontando -: “siamo figli degli eventi, ma anche responsabili del presente”.

Del suo presente Leopoldo ha accettato le sfide cercando via via le risposte più adeguate: riforma agraria, stimolo all’istruzione di base, riduzione dei dazi, abolizione delle corporazioni, scontro con lo strapotere ecclesiastico, riforma della giustizia. E in ultimo ha avviato – senza portarla in fondo per mancanza di tempo – una auto-riforma che limitasse il proprio potere verso una monarchia costituzionale.

Oggi siamo in un altro momento di cambiamento, forse – lo diranno i posteri – altrettanto epocale: l’equilibrio precario del dopoguerra si è sgretolato con il dissolversi dell’Impero sovietico, il Medioriente ribolle, l’informatica e internet hanno cambiato il sistema delle comunicazioni, dell’informazione, dei mercati, nuovi “competitors” fanno sentire i muscoli nel “mercato globalizzato”, e i flussi migratori stanno cambiando la struttura del corpo sociale.

E la Toscana? Leopoldo trovò un’area in declino, scivolata in due secoli dai fasti del Rinascimento alla insignificanza di Gian Gastone, l’ultimo dei Medici.

Oggi abbiamo una regione abbastanza prospera, efficiente, sufficientemente ben amministrata (forse anche per merito di Leopoldo). Ma viviamo in un paese (l’Italia) marginalizzato, che ha perso parecchi treni sulla strada dell’innovazione e dello sviluppo industriale, che si dibatte in un debito pubblico da far tremare i polsi ai più ottimisti, e la cui classe dirigente – politica ed economica - non sembra capace di rinnovarsi e interpretare le nuove sfide che il mondo ci impone.

Sia chiaro: mi sento cittadino europeo, credo fortemente nei benefici a lungo termine della società multiculturale; non auspico certo un nostalgico – e francamente ridicolo – ritorno al Granducato di Toscana. Ma forse, qualche insegnamento possiamo trarlo dall’opera e dalla lungimiranza di Pietro Leopoldo.

 

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